Prima caccia

Ormai non mi era più concesso di vedere il mondo alla luce del sole. I raggi letali di quello splendente astro mi relegavano all’oscurità perenne. Era il prezzo da pagare per poter restare per sempre insieme alla mia adorata e non me ne sono mai pentito. La sera uscimmo dal nostro temporaneo nascondiglio diurno per osservare gli ultimi sprazzi di vita del giorno morente, quando i colori del mondo passano dai toni caldi del vespro alla tenebra nera. La notte iniziava, la mia prima notte.

Quella precedente, quando lei mi aveva appena creato, ero ancora troppo debole per muovermi solamente, sicuramente non era in grado di potermi nutrire. Aveva trovato una tana sicura per passare il giorno al riparo dalla luce diretta e mi aveva lasciato per andare a caccia da sola. Ardevo di una sete incredibile che non riuscivo a placare in alcun modo ed ero solo ad aspettare il suo ritorno, perché solo il suo pensiero riusciva a darmi pace. Ore di attesa steso a terra senza forze. Poi, quasi verso l’alba, il mio amore tornò al rifugio. Portava con sé una sua vittima agonizzante. Ero accecato dall’ardente sete ma notai che non avevo alcun segno sul collo. Eppure lei aveva le labbra sporche di sangue. Aveva cacciato anche per me, ben sapendo che per quella prima notte ero impossibilitato a muovermi. La vittima era stata semplicemente tramortita e con la forza di una vampira: praticamente era sul punto di morte. Lei lasciò il corpo a peso morto accanto a me, poi si inginocchiò dietro e si chinò a baciarmi.

“Prendi amore mio, questo è per te, nutriti ne hai bisogno. Domani ti insegnerò a cacciare, per questa notte l’ho fatto io per te. Bevi, presto! Prima che muoia!”

Trovai il collo dell’uomo e lo morsi violentemente. Il caldo e denso sangue scorreva nella mia gola, più dolce di qualsiasi bevanda avessi mai centellinato. Il sangue era la nostra vita.

Non mi staccavo quasi più da quel corpo praticamente ormai esanime. Quando lei capì che io era abbastanza sazio, mi staccò violentemente dal pasto. Poi mi prese come aveva fatto poche ore prima, quando mi aveva creato, e iniziò di nuovo a cullarmi, sussurrandomi all’orecchio: “Non devi mai bere fino in fondo, tesoro mio, staccati poco prima che la vittima stia per morire. Capito?”

Io annuii lentamente con la testa. Il sangue mi aveva letteralmente rigenerato, mi sentivo davvero bene, ma quel momento era così dolce che non mi mossi, assaporando ogni sua carezza. Chi aveva detto che i vampiri non possono amare? Noi ci amavamo nella morte come e forse più che nella vita. Dopo un po’ di tempo che eravamo in quello stato, lei si alzò, prese il cadavere è usci per una decina di minuti, a sbarazzarsene credo. Quando tornò era l’alba. Non c’era bisogno di riposo per noi, ma non potevamo in alcun modo muoverci alla luce solare. Dovevamo aspettare il tramonto. Fortunatamente era pieno autunno e le giornate era così corte, soprattutto passandole insieme, che praticamente volavano senza che ce ne potessimo accorgere.

Ora dovevo imparare a procurami il cibo da solo. Non potevo pretendere che lei provvedesse all’infinito per tutt’e due. Con una maestra così, ne ero sicuro, non potevo certamente fallire. Si trattava semplicemente di trovare un luogo non troppo affollato, ma ugualmente popoloso. Non un quartiere importante comunque. Uno periferico, dove la gente abbondava e i criminali pure, dove il nostro pranzo potesse essere mimetizzato come un ordinario omicidio. Questo era essenziale: un quartiere malfamato. Poi era necessaria l’oscurità, un luogo dove la vittima potesse essere presa in disparte e consumata senza testimoni di sorta. La sera prima, costretta dalla necessità, il mio amore aveva cacciato in un parco. Mi aveva riferito che aveva fatto sparire i corpi in un fiume, ma non era una soluzione accettabile la maggior parte delle volte. Di vampiri, ne eravamo sicuri, la città era abbastanza piena. E se così era in qualche modo questi agivano con una certa discrezione, tanto da non essere scoperti. Dovevamo imparare ad utilizzare la nostra astuzia e la nostra inventiva. Ma prima di tutto dovevo imparare a cacciare.

Ci appostammo in un vicolo immerso nell’oscurità. Niente luci, neanche un lampione. Eravamo totalmente coperti, dovevamo aspettare solo i nostri potenziali pasti.

Nell’attesa lei tentò di istruirmi sulle regole basilari della partita: “trovati il pasto e cena”.

“Amore, non parlo con un’esperienza molto più avanti della tua, ho solo una sera in più di te, ma il mio sire mi ha detto qualcosa prima di lasciarmi a me stessa. Ho come l’impressione che sia stato mosso da pietà per avermi mangiato e abbia deciso di vampirizzarmi. Ma non aveva intenzione di badare anche a me. Mi ha detto giusto due cose e mi ha abbandonata. Ieri sera le ho messe in pratica, le ho adattate e ho visto che funzionano. Quindi adesso te le ripeto in modo che anche tu possa passare all’azione. Non avendo esperienza devi cercare una preda facile, almeno per la prima volta. Una donna o dei bambini. Anche con la forza vampirica potresti avere problemi ad attaccare un uomo, dato che devi coglierlo di sorpresa.”

“Non sono sicuro di voler…cibarmi di bambini…”

“Cosa cambia? Sono esseri umani qualunque no? Tu non sei più umano, lascia perdere una qualsiasi morale di riferimento, rischi di morire di fame se inizi così! Ascolta: cerca di non pensare alla vittima in quanto tale, ma piuttosto come il tuo pranzo. Ti verrebbero sensi di colpa ad addentare un panino? Non credo. Purtroppo non possiamo andare al supermercato a procurarci vittime con il 3×2.

Ora devi solo aspettare una preda facile. Quando si avvicina non pensare a nulla. L’istinto prenderà il sopravvento, perché è così in noi vampiri: se non pensiamo agiamo di puro istinto. Tu punta solo la vittima e quando avrai finito non te ne sarai manco accorto.”

“Io ieri ero umano. Eppure tu non mi hai attaccato. Non ti sei cibata di me. Hai ancora del rispetto per gli essere umani.”

“Avevo del rispetto per te, perché ti amo! Non sarei mai riuscita a farti del male. Non saresti mai stato il mio pasto. Lo capisci?”

Lo capivo perfettamente. Non sarei riuscito neanche io ad attaccarla se fosse stata umana.

Nel vicolo stava passando una donna, molto incauta data l’ora e il posto. La sua imprudenza era la mia possibilità di cenare. La puntai subito. La osservavo avanzare, stupendomi di quanto riuscissi a distinguere le cose al buio, da umano non ci sarei mai riuscito.

“Prendila, amore mio! E’ perfetta per incominciare. Avanti. Ricorda: non pensare più a niente.”

Ascoltai quel consiglio. Quando ripresi la concezione dello spazio e del tempo la donna era a terra, morta, le mie labbra sporche di sangue.

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