La notte era rischiarata dalla splendida luce argentea di Selene ed una spirante brezza da settentrione ripuliva l’aria dalle impurità che l’ammorbavano per la troppa stoltezza degli uomini, tenebre sottili e fresche avvolgevano la città macchiata dalle tenue luci dei lampioni, sopraffatti dalle sfumanti ombre come se tutto questo fosse un quadro venuto dal passato, dall’età dei bordelli e dell’oppio. Sarebbe stata una notte di maestosa bellezza per un qualsiasi animo sensibile, sebbene umano, per me era la notte in cui i sensi si risvegliavano a cercare l’unione con la natura nella sua tenebrosa ed oscura bellezza. Sulla mia pelle il vento gelido sembrava quasi il caldo spirare del mare in un tramonto d’estate, accarezzandomi con le sue mille dita tanto quanto per un mortale avrebbe dato l’impressione di mille aghi inflitti nella carne viva e nuda. Sapevo che il lungo cappotto scuro che indossavo era solo un pretesto, nulla a che vedere con la protezione del mio corpo dagli elementi naturali, solo un vezzo per distinguermi e al contempo confondermi con la massa brulicante e chiassosa del regno umano, che poche ore prima si era riversata nei grandi viali illuminati da mille e più vetrine, alla ricerca forse dell’ultima novità o solo intenta a curiosare ammirando magari l’irraggiungibile desiderio. Io amo gli uomini. Il loro senso di vita nella consapevolezza di essere solo delle realtà così temporanee ed effimere, li porta ad essere così egoisti ed edonisti che hanno creato il vortice di colori e luci per sentirsi parte di un tutto che non sono, per essere singole gocce solitarie sperse in un oceano infinito di vita. E così mi immergevo volentieri in quel caotico flusso, selezionando dalle loro menti pensieri così diversi e tutto così magici, sapendo che mai più invece io avrei provato quelle sensazioni. Non ci tenevo a muovermi tra loro in compagnia di qualche mio simile, anche se sapevo che nessuno di loro avrebbe mai approvato o seguito la mia scelta. Nel suo magnifico estetismo solo il mio amore seguiva qualcosa di simile al mio gusto, ma ormai si era stabilito tra noi il tacito accordo di muoverci da soli a caccia o semplicemente in giro durante la notte e di passare insieme solo le ore a noi proibite, quando l’astro ardente avrebbe distrutto le nostre pelli simili a corazze e fatto bollire il nostro terribile sangue fino ad annientarci in un massa indefinibile di cenere. Provavo quindi piacere a passeggiare tra i mortali dal calar del sole fino a notte tarda, prima di cercare la mia vittima, prima che quel vortice di pensieri e carne di dileguasse nella sicurezza delle propria dimora, lontana dall’orrore notturno, ben più terribile della nostra specie, qualcosa creato dalla loro stessa società.
A notte inoltrata mi ritrovai quindi nel silenzio fittizio delle sue ore migliori, quando solo i folli o gli innamorati si attardano per le strade buie e insidiose. Continuando ad assaporare tutte le sensazioni che quella notte sapeva offrirmi, sentii la sete insinuarsi nei miei pensieri e giunse il momento della caccia. Non avevo predilezione per i puri. Il loro sangue era come un semplice bicchiere d’acqua al confronto con il nettare che spillava dalle vene dei delinquenti. La loro malvagità corrompeva il sangue e lo rendeva incommensurabilmente sublime. Era a caccia di questo sangue che mi spingevo ogni notte.
La città era placida nel suo sonno, stranamente indisturbata dai suoni consueti che affollano l’aria anche quando tutti giacciono. “La città non dorme mai”, eppure complice forse il gelido spirare, un irreale silenzio permeava. Eppure sentivo nella mia mente che la mia vittima non era lontana e che presto avrei placato la mia sete.
Prosegui per la stretta e chiusa via dell’antico borghetto medievale, ormai inglobato in tutta la sua tenebrosa magnificenza all’interno del tessuto urbano. Un tempo forse un paesino limitrofo ai confini dell’antica città, ora un suo semplice quartiere dall’aspetto caratteristico ma affatto decadente. Più avanti gli stretti muri sembravano fondersi nella parte superiore in un blocco massiccio di pietra. Per qualche strano motivo una casa era stata edificata sopra la strada come un ponte sul letto di un fiume. Un poco illuminato passaggio, una galleria a volta rotonda, faceva proseguire la via al di sotto dell’edificio e oltre.
Orribili e deturpanti scritte sui muri di pietra grezza, acqua stagnate su larga parte del passaggio, una lampadina fulminata oscurava più di meta della galleria. Un lembo di decadenza dentro tanto curata perfezione, un romantico e stupefacente scorcio di sozzura. E con la mia vista ben più acuta di quella umana, scorsi al di là della galleria, una figura alta, slanciata. Mi stavo aspettando, lo sapevo, sentivo quel pensiero martellante provenire dall’aperta mente dell’uomo. Il viso era in penombra, rischiarato in parte dalla fioca luce della galleria. Lungo il fianco un lungo fodero e, brillante per la luce, un’elsa di spada.