Mi stupisco ancora di essere davanti al monitor del mio computer per digitare queste parole. In realtà quello che mi è successo mi ha fatto temere per un tempo imprecisato che mai avrei rivisto questa stanza. Scrivo, con la consapevolezza che nessuno crederà alle mie parole. E’ propria della mente umana la negazione di fronte a fatti che nessuno può spiegare scientificamente, che non sia riducibile ad un’equazione o una descrizione oggettiva. Eppure non voglio credere di essere folle o di aver semplicemente sognato. In parte a conferma di tutto questo, c’è una prova. Essa, tuttavia, usando schemi logici non potrebbe essere considerata tale. Per questo non ho reso pubblico il mio coinvolgimento nella faccenda, per rischiare solo guai con la giustizia e infine essere rinchiuso in qualche istituto di malattia mentale. Forse, però, dovrei esporre i fatti con ordine.
Era una piacevole sera di autunno, forse un po’ più calda della norma, ancora rischiarata dalla luce residua del tramonto che rendeva ancora i contorni delle cose visibili all’occhio. Stavo rincasando dopo una giornata trascorsa passeggiando per la città. I suoni, gli odori, le luci, tipiche dell’autunno che volge all’inverno mi circondavano mentre dagli alberi, che chiudevano i viali sotto una specie di navata di rami, lasciavano cadere al suolo foglie ingiallite che producevano quel meraviglioso suono, mentre passeggiando, le calpestavo. Era stata una giornata dedicata solo a me stesso, che mi ero voluto concedere per ritrovare un po’ di serenità ed equilibrio interiore, dopo giorni di faticoso lavoro.
Ormai il cielo tendeva al blu scuro e la luna faceva già capolino, maestosa nella sua pienezza e ben stagliata. Anche l’aria si stava rinfrescando. Alzando leggermente il bavero del cappotto, alla prima ventata fredda, decisi di avviarmi con passo spedito al portone di casa.
Vivo in un meraviglioso condominio, che per mia fortuna è circondato da un giardino rigoglioso dagli alti alberi ed erba folta, che celano il gruppo di alti edifici suddivisi per scale.
Superato il cancello che delimita la proprietà, attraversai il giardino, incamminandomi lungo il vialetto lastricato, che sinuoso conduce alla corte centrale, chiusa dai palazzi del condominio. Entrato nell’atrio della mia scala, vidi un mio vicino in attesa dell’ascensore che anche io avevo deciso di prendere. Già stanco per la lunga camminata, avevo scartato l’idea di farmi otto piani a piedi. Salutai cordialmente il Dottor Di Giovanni.
«Buona sera, Dottore»
«Buonasera» rispose lui secco, sempre molto riservato e scostante. Ma non mi ero ancora arreso alla sua celata maleducazione e quando raramente lo incontravo cercavo sempre di smuovere la sua cordialità, anche se fino a quel momento con scarso successo. Di Giovanni abitava esattamente nell’appartamento sotto al mio e più volte era salito a lamentarsi del fantomatico chiasso che producevo: in realtà vivevo solo e per poche ore serali ogni giorno soggiornavo nell’appartamento. Avevo l’impressione che il mio scordiale vicino fosse in realtà paranoico.
L’ascensore scese al pian terreno e le porte scorrevoli si aprirono. Entrambi salimmo e lasciai al Dottore digitare il suo piano per primo. L’ascensore si avviò.
Il condominio in cui vivo è relativamente moderno, ha meno di quindici anni e l’ascensore pur non essendo l’ultimo trovato di modernità era confortevole per quei pochi secondi che devo passare per raggiungere l’ottavo piano.
Quel breve lasso di tempo trascorse e fu superato. Conoscevo il tempo esatto di salita per raggiungere il mio piano, meno di trenta secondi, quindi proporzionalmente avremmo già dovuto essere saliti al settimo piano. Capii che qualcosa non procedeva per il verso giusto: l’ascensore continuava a salire. Eppure era impossibile perché il palazzo era di soli otto piani! Per una frazione di secondo mi dissi che eravamo semplicemente bloccati, un guasto era plausibile e le porte metalliche non permettevano di vedere il movimento, che normalmente era appena percettibile durante la salita. Il pensiero, tuttavia, svanì in un istante: non solo ora percepivo il movimento, ma la velocità stava considerevolmente ed esponenzialmente aumentando di secondo in secondo. Sgomento mi voltai verso Di Giovanni: chiaro sul suo volto era stampato il terrore, era evidente anche a lui che la nostra inconcepibile esperienza non poteva essere vera.
Nel giro di un paio di minuti la velocità dell’ascensore era diventata assai elevata, sicuramente attorno ai cento chilometri orari e non accennava a smettere.
Fu allora che successe: le pareti dell’ascensore incominciarono a divenire traslucide e velocemente trasparenti, rendendo visibile l’esterno. Dove c’erano le porte ora era visibile lo scorrere inconcepibile delle pareti del vano ascensore, mentre i colori all’esterno tendevano sempre più al rosso. Incominciò a grondare sangue dalle pareti metalliche, ora invisibili… E lo specchio! Mostrava immagini di un mondo da incubo, dove figure contorte ringhiavano nell’oscurità. Poi la macchina incominciò a decelerare stridendo lungo le pareti di cemento, anch’esse grondanti di sangue…
Vorrei solo che tutto questo fosse stato in incubo terribile partorito dalla mia mente sognante. E all’inizio l’ho pensato. Mi sono ritrovato accasciato in mezzo alla mia stanza, per terra, riverso sul tappeto. Ho pensato davvero ad un incubo… Poi le voci di corridoio, i poliziotti… Fu solo due giorni dopo che il Dottore Di Giovanni fu dichiarato scomparso. Da allora sono passati due mesi e ormai la mia è una certezza. Non posso più fari carico di questo fardello.
Io c’ero quando il Dottore scomparve. Fu in quel maledetto ascensore. Quando alla fine decelerò completamente e volsi lo sguardo verso l’alto capii che eravamo alla fine della corsa. Le pareti rosse finirono, le pareti invisibile scomparvero e ci ritrovammo solo su una piattaforma galleggiante su un abisso scuro ed infinito. Poi la piattaforma scomparve i nostri piedi e cademmo, circondati da visioni terrificanti, verso l’orrore blasfemo, verso creature innominabili e giù… nell’oscurità.