Prologo

Prologo

Sopra la distesa spirava la forte brezza del vespro, un lama gelida di aria che colpiva con tutta la sua intensità l’abbronzato viso, segnato dalla vita all’aria aperta, un volto che da solo raccontava molte storie, che tradiva l’asprezza di anni passati alle pendici delle grandi Vertebre del Mondo.

Il raccolto sarà scarso anche questa stagione, pensò tristemente, e metà delle mandrie morirà presto di fame, con il venire del primo grande gelo.

Eppure rassegnato all’inevitabile svolgersi degli eventi si ritrovò a fissare il caldo tramonto, dai colori bruni e vivi come il fuoco della sua dimora, così lontano dalla freddo del vento e delle montagne. E osservando i raggi riflessi sull’arida distesa di erba bruciata dallo spirare incessante delle correnti, in fondo alla sua mente emerse con vivida intensità una sensazione latente nel suo animo. La profezia. Troppe volte aveva udito le parole della mistica tradizione, dagli anziani sulla strada per Ehl o nelle leggende con cui i gentili druidi cantori allietavano le fredde serate d’inverno, raccolti attorno al focolare. Che il Guerriero Supremo stesse infine giungendo? Era tramandato: “nei giorni della carestia e delle guerre, quando l’Oscura Forza si sarà nuovamente destata oltre i confini del mondo, egli giungerà e guiderà la Figlia di Gea.” Tra i tanti pensieri che potevano affiorare in un momento simile, perché proprio quella stupida profezia? Si chiese tra sé e sé. Leggende, racconti buoni per i marmocchi, ma non nutriranno di certo i miei figli quando la fame li stringerà al suo magro petto. Poi si ricordò di quando anche lui era un marmocchio. Era sempre stato un bambino curioso e attento, carattere che non sfuggiva mai a nessun buon druido che pestava il suolo del suo clan. La curiosità, quella buona, era il primo dei molti requisiti per intraprendere la lunga strada del sacerdozio e lui era stato notato per la sua precoce arguzia, tanto che aveva richiesto a suo padre di lasciargli intraprendere l’addestramento. “E a quale scopo? Per farlo diventare un farneticante mangiaerbe? Sarà meglio che impari a badare alle mandrie piuttosto!” E così ancora dopo tutti quegli anni si ritrovava a badare alle mandrie, che se non altro ora erano sue. Ma mai aveva dimenticato le parole del druido veggente, che prima di ripartire lo aveva preso in disparte per qualche momento: “Iorv, io leggo nel tuo animo e vedo il tuo futuro. E’ un sentiero denso di nebbia, eppure stanne certo, un giorno tu salverai questo mondo” “Signore, aveva risposto con educazione, per quanto potrà permettere mio padre potrò al massimo salvare qualche bestia da pascolo, non datemi così tanta importanza, avrei potuto essere un buon allievo e anzi mi sarebbe piaciuto ma mi accontenterò di essere un buon pastore.” “Giovane uomo, tutti abbiamo un destino, per quanto incerto o nebuloso che sia. Io vedo chiaramente che non è questo il tuo. Il destino si manifesta prepotentemente quando ci allontaniamo dal suo sentiero. Ricorda solo queste parole: un giorno qualcuno verrà, una persona importante e tu l’aiuterai nel suo compito. Ma ora fai tesoro di queste parole e fai ciò che tuo padre ritiene meglio per te. Ogni esperienza è una pietra preziosa per il nostro forziere. Anche da umile pastore imparerai il valore della vita.” Poi l’anziano druido aveva alzato il cappuccio del suo manto ed era scomparso per sempre nell’oscurità della notte.

A tanti anni di distanza si ricordava ogni parola di quel breve discorso. Forse avrei dovuto davvero fare il druido, si disse. Ma che importanza aveva ormai? L’oscurità stava avvolgendo la distesa ed era ora di tornare finalmente alla sua dimora.

Lontano, in un’altra radura alle pendici di altre il tramonto aveva lasciato il testimone alla notte rischiarata da una maestosa e splendente luna nella sua pienezza. L’aria tersa e alquanto gelida spirava come una brezza forte ma dolce, come quelle che i grandi navigatori di Jahr sono soliti godere quando i primi ghiacci creano la bianca coltre sulle verde distese delle loro isole del Grande Serpente. Eppure in una landa così lontana rispetto a Jahr, si sentiva la voce dello stesso vento che il dio Gaohr inviava a premiare o a punire gli uomini. Mentre la brezza incominciava ad ingrossare la propria voce tramutandosi in un forte vento freddo, un uomo si destò all’improvviso. Era là, in mezzo alla radura. Il suo disorientamento non gli permise di riconoscere il luogo in cui si era ritrovato. Il torpore del sonno si sciolse alla prima folata gelida, sebbene le sue vesti e la sua armatura lo tenessero al caldo. Il guerriero si alzò lentamente e si strinse nel mantello. Ovunque voltasse lo sguardo una sterminata distesa di foreste, mentre lontano verso settentrione una delle più alte catene montuose che avesse mai visto dominava la terra anche dalla lunga distanza. Il chiarore della luna faceva stagliare gli alti pendii sullo sfondo nero della notte. Una sensazione mista di orrore e venerazione si fece strada nel suo animo. Quei monti non erano una cosa concepibile nella sua mente, sebbene egli avesse visto cose ben più bizzarre di quelle nella sua lunga esistenza: emanavano una aura propria solo delle cose ultraterrene, un muro che sapeva dividere la terra dalla terra, la terra dal cielo. Sempre più confuso si rese conto di non sapere in che luogo si trovasse. Quando la dea Inet fece sorgere la seconda luna ed egli volse lo sguardo al cielo si rassegnò all’evidente verità: non sapeva su che pianeta fosse finito.

Una risposta a Prologo

  1. Dafne scrive:

    Mi sono calata nei panni della professionista quindi sarò critica e pragmatica.

    E’ strutturato in maniera tale da stuzzicare la curiosità e ci riesci, ma corri troppo: in poche righe inserisci tanti dati ed elementi anche diversi gli uni dagli altri, come avessi fretta di spiegare molte cose.
    I passaggi sono bene legati gli uni agli altri. Solo qualche volta appesantiti da una sorta di velocità che appesantisce. Credo fosse necessario qualche punto e accapo di più oppure qualche nozione di meno.
    Vado a leggere il seguito…

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