Il porto di Akara

2. Il porto di Akara

1.

Il vento sospingeva il veliero attraverso l’infinita distesa blu e azzurra. La rotta era semplice e diretta, ma assai lunga e l’unico scalo previsto non sarebbe apparso all’orizzonte prima di alcune settimane. Nei duemila anni trascorsi da quando il primo veliero anhoveriano aveva scoperto e tracciato la rotta per Kithar nessuno aveva osato sperimentare alla ricerca di un tragitto più breve. Il tempo delle grandi esplorazioni era finito da secoli e in tempi di opulenta decadenza si ci aggrappava alle scoperte degli avi. Il prezzo da pagare per la prosperità era stato la staticità per gli anhoveriani. A questo si aggiungeva anche il fatto che gli unici popoli con cui riuscivano ad avere contatti non erano società meno statiche. Il Matriarcato di Kithar era solidamente uguale a se stesso nella sua lunga tradizione quadri millenaria. La Lega Gongodariana era fortemente tradizionalista e a tratti tecnofoba. Il commercio con Anhover era tollerato solamente per gli indubbi vantaggi che arrecava alle casse degli stati stranieri. La ricchezza degli scambi era considerevole tanto da spingere i temerari capitani delle navi mercantili a intraprendere un lungo viaggio ai confini del mondo attraverso la distesa oceanica. Benché la rotta tracciata dai padri navigatori non incontrava mai bonaccia anche con il vento in poppa costante la traversata non durava meno di cinque mesi.

Lo scalo intermedio era un esteso arcipelago di piccole isole che insieme andavano a costituire la Repubblica di Saydra. In origine questa regione di Areck era rimasta isolata dal mondo esterno a causa dall’immensa e inesplorata distesa oceanica che la circondava. Gli abitanti dell’arcipelago si erano evoluti una civiltà raffinata, autosufficiente sotto ogni aspetto e incredibilmente progredita nelle tecniche e nelle scienze. Avevano sintetizzato una tecnologia particolarmente armoniosa nei confronti della natura, tuttavia era a loro sconosciuto il concetto di potere temporale. L’amministrazione, tecnicamente inesistente, era retta dai sacerdoti del culto del dio Ardoss, che mantenevano l’ordine e la pace tra il popolo dell’arcipelago a quel tempo ancora diviso nei clan tradizionali.

Nonostante l’indubbio progresso tecnologico i saydraan non avevano mai sviluppato una tecnologia navale sufficiente a permettere loro le grandi esplorazioni oceaniche. Questo era accaduto per motivi contingenti: i collegamenti tra le isole erano brevi e veloci e il clima particolarmente mite non aveva costretto i saydraan a sviluppare imbarcazioni di grandi dimensioni e resistenti alle intemperie. La navigazione dopo migliaia di anni avveniva ancora sottocosta.

L’isolamento culturale dell’arcipelago era terminato quando i Padri Navigatori anhoveriani si erano spinti in mare aperto incrociando sulla loro rotta di esplorazione Saydra. Alla scoperta seguì l’immediata instaurazione di rapporti commerciali tra i due popoli: l’arcipelago era ricco di frutta, animali esotici e il tabacco particolarmente graditi sulle tavole di Anhover, che da parte sua era ricco di metalli pesanti che a Saydra stavano esaurendosi da secoli e che erano indispensabili per alimentare la tecnologia saydraan. Agli anhoveriani fu concesso il terreno per la costruzione di uno scalo e di un cittadina commerciale dai quali la successiva generazione di esploratori si spinsero oltre nell’oceano. Attraverso la distesa azzurra quei navigatori raggiunsero a loro insaputa la parte meridionale nel loro stesso continente. Così attraverso una maggiore distanza lungo la rotta nautica si erano collegate quelle regioni che nessuno aveva osato esplorare via terra. Nell’arco dei millenni la situazione non era mutata garantendo grandi ricchezze ai saydraan, favoriti nello scambio con gli anhoveriani, per cui il metallo aveva poco valore. Tuttavia oltre al metallo gli anhoveriani avevano anche esportato le concezioni di proprietà e governo, avulse fino ad allora dalla mentalità dei saydraan.

Rapidamente le idee, rivoluzionarie dal punto di vista dell’arcipelago, si diffusero dapprima in uno stretto gruppo di giovani per poi dilagare attraverso di loro in tutta la popolazione. Dalla guerra civile che era seguita l’arcipelago uscì profondamente trasformato. Fu fondata ufficialmente la Repubblica di Saydra, uno stato abbastanza equo ma schiacciato dalla burocrazia.

La tecnologia che era stata per millenni in continuo progresso e aveva garantito a tutte le isole un tenore di vita elevatissimo e una cultura senza pari, si fossilizzò completamente conseguentemente alla rivoluzione politica e sociale, che vedeva il numero dei burocrati sorpassare quello degli scienziati.

Anhover approfittando della guerra, annetté il porto franco ai suoi territori affrancandosi dalle limitazioni intrinseche alla concessione del governo precedente.

Inoltre con la scoperta dell’isola continentale del Kithar e della penisola del Gongodar, i commerci con l’arcipelago si erano ridotti considerevolmente.

Il malcontento scatenato dalla diminuzione drastica degli scambi aveva fatto della maggior parte dei mercanti pirati temibili che saccheggiavano le navi lungo la rotta per il Kithar.

La nave del vishuuriano era stata battezzata con il nome di Aerys, la cui polena era un drago marino avvinghiato alla prua della nave. Era un natante di dimensioni sopra la media, eppure incredibilmente maneggevole, in grado di percorrere fino a 10 nodi.

La brezza scompigliava i capelli rossicci di Latam, impegnato a governare il timone. Il timoniere non faceva caso al vento, ritenendolo una grande benedizione. L’ufficiale di rotta si avvicinò a Latam: «Dobbiamo parlare»

Il timoniere si voltò verso il suo superiore che conosceva da innumerevoli anni. Poche persone erano nell’equipaggio fisso del veliero ed erano tutti uomini fidati e amici del capitano. Latam aggrottò la fronte, il tono di Rebor non gli piaceva.

«Dimmi» gli disse in tono secco.

«Riguarda il capitano Uthuro»

Le brevi frasi di Rebor stavano spazientendo Latam che si trovò costretto ad incitarlo. L’amico continuò: «Mi sembra strano sin da quando ha partecipato all’asta di schiavi a Nirot».

«Se ti riferisci al mercante e a quello stupido mozzo dalla frustrata facile, sai benissimo che Uthuro non ha remore a usare la spada» replicò acido Latam.

«No, non è questo» si volse inquieto verso il capitano che scrutava il mare a prua. Latam interpretò l’inquietudine dell’amico: «Lo sai che molto probabilmente ci sta sentendo».

«Non se è concentrato su ciò che sta facendo, non può essere sempre attento».

«Sottovaluti le sue capacità»

«No, affatto» si volse di nuovo verso Latam «E’ strano…e so anche il perché. Riguarda uno degli schiavi»

«Quello che si è trovato costretto a finire? Assurdo! »

«Non quello. Mi ha confidato di aver sondato la mente di uno dei ragazzi. A quanto pare abbiamo tra noi il figlio di un banchiere…».

Latam imprecò pensando ai mercanti di schiavi: «Idioti!»

«Già…» riprese Rebor «Comunque quando saremo salpati da Akara ogni rischio per noi sarà praticamente nullo e il destino del ragazzo non sarà più di nostra competenza. Almeno secondo me…Sta qui il problema. »

Latam strabuzzò gli occhi: «Che cosa ha visto?!»

«Non ha voluto dirmelo» l’espressione di Rebor si incupì.

2.

Akara era ufficialmente territorio dell’Impero di Anhover, tuttavia era diventato lo scalo cardine della rotta per il Kithar, aperto ai mercanti di tutte le regioni di Areck e utilizzato dalle le

navi mercantili dirette verso il Matriarcato.

La nave attraccò al molo di solide pietre. La banchina era lastricata e poco sconnessa grazie alla cura particolare riposta nella manutenzione dalla capitaneria di porto. Akara era uno scalo fondamentale di pari dignità rispetto a Nirot.

Secondo la consuetudine saydraan un’isola vergine prendeva il nome del primo insediamento sorto su di essa. Il piccolo centro di Ah’kar era collocato sulla costa occidentale dell’isola, rivolta verso Saydra, l’isola capitale dell’arcipelago. Quando agli anhoveriani fu concesso il porto franco, gli ingegneri imperiali avevano progettato il nuovo centro per estendersi sulla costa orientale, rivolta verso la distesa oceanica. Poiché l’isola ad eccezione del minuscolo villaggio di Ah’kar era del tutto vergine, le sue condizioni avevano fatto comodo all’Impero che aveva insediato il porto di Akara, costruendo su una lunga striscia di due chilometri. L’espansione nell’entroterra era impedita dal carattere montagnoso dell’isola che aveva costretto la città ad espandersi lungo costa anziché verso l’interno. Il nome Saydrano fu storpiato dai coloni anhoveriani nei dolci suoni della loro lingua. In tempi successivi alla costruzione del porto franco il governo imperiale aveva cercato di pressare quello Saydraan per ottenere la concessione di un’ulteriore porzione di isola sulla costa nord occidentale.

La costituzione della Repubblica tuttavia aveva creato condizioni non ideali per l’esisto dell’annessione. Piuttosto che rischiare una guerra in mari lontani l’Impero aveva rinunciato, accontentandosi della fascia dell’isola già concessa, benché avendo iniziato i lavori necessari per il prolungamento della strada maestra che collegava i fari sulle coste opposte di Ah’kar.

La posizione del porto era congeniale alle navi in arrivo e dirette verso sud, ma meno comoda per le rotte in direzione di Saydraan, capitale della Repubblica.

Con il successivo diradamento dei contatti commerciali tra i due popoli, tuttavia, il problema fu in un certo senso risolto e con i secoli gli anhoveriani apprezzarono sempre più l’indipendenza della loro metà di isola. Intere generazioni erano nate e cresciute ad Akara, senza mai visitare la madrepatria. Gli stessi akarai non erano anhoveriani puri da secoli, ma piuttosto una creolizzazione dei colonizzatori e degli autoctoni. Nei primi secoli l’amministrazione era retta dai burocrati di Anhover, successivamente anche quelle cariche furono cedute ad akarai autoctoni. Benché parte dell’Impero a tutti gli effetti, Akara godeva dello stato di Città Libera, concesso ad un pugno di insediamenti anhoveriani.

L’impero, lontano dall’epoca di Krisnath, era interessato ai proventi delle tassazioni più che dal controllo territoriale. Generazioni di Vicerè non avevano mai incontrato di persona un imperatore che raramente si muoveva dalla capitale.

Akara era una città fiorente e ricca grazie al mercato e si era evoluta in ben più di un mero porto franco.

La Aerys era impegnata nelle operazioni di rifornimento per la seconda parte del suo lungo viaggio. Il capitana Uthuro stava in piedi sul castello di poppa un una posizione granitica, a braccia conserte sul petto, osservando la ciurma procedere allo scarico merci e all’imbarco delle nuove.

Latam salì dalle scale e lo raggiunse. I due si conoscevano da almeno due decadi ed erano quasi come fratelli.

«Capitano, credo che riusciremo a finire le operazioni di carico e scarico entro la decima ora.» Quando si aggiravano sul ponte utilizzavano un tono formale e si nominavano con le cariche anziché con il nome.

«Molto bene timoniere, una volta fatto può dare licenza agli uomini per il resto della giornata, ripartiremo domani all’alba»

Latam rimase stupito: «Signore, ma perderemo quasi venti ore sulla tabella di marcia! »

La mascella di Uthuro si contrasse, chiaro sintomo di irritazione: «Timoniere, mi segua in cabina» disse in tono glaciale.

Senza ribattere Latam seguì il capitana sottocoperta in quella che era sia la cabina che lo studio privato di Uthuro. La Aerys era la sua casa.

Il vishuuriano si sedette pesantemente sulla sua poltrona, ma non si degnò di invitare l’amico a fare altrettanto. Latam rimase in piedi.

«Latam, sai bene che puoi farmi tutte le obiezioni che vuoi in privato» il suo tono si indurì «ma non osare farlo mai più davanti all’equipaggio, sono stato chiaro?»

«Sì, Uthu. Scusami, ti prego. Ma non capisco davvero il motivo di questa sosta, soprattutto con il tipo di carico che trasportiamo!»

«Sai bene che Anhover tollera il commercio di schiavi»

«Non mi riferisco a quello…»

Uthuro fissò negli occhi il timoniere, il suo sguardo di ghiaccio sembrò penetrargli nella mente: «Così tu sai…»

«Non so quanto sia ortodosso tenere in stiva un piccolo nobile forse dovremmo consegnarlo al vicerè, riconoscendo la nostra buona fede e il nostro errore e denunciare i proprietari dell’asta di Nirot»

«Non essere assurdo, perderemmo uno nei nostri contatti più redditizi…e non vorrai certo perdere la nostra reputazione tra i mercanti di schiavi!»

«Allora rinnovo la mia obiezione, dovremmo salpare prima che un’ispezione a sorpresa riveli alla polizia di Akara chi trasportiamo.»

«Invece ci comporteremo come al solito. Ad Akara ci conoscono, non siamo dei pivelli. Anzi, stasera stessa andrò a parlare con il vicerè, come sempre. Cambiare le nostre abitudini desterebbe maggiore sospetto. Il ragazzo verrà venduto a Kithar insieme agli altri, non vivrà una brutta vita dopotutto… E comunque ripartire senza concedere sfogo alla ciurma dopo settimane di mare non aiuterà a mantenere alto il morale»

«Su questo sono d’accordo…ma non fingere con me. Che cosa hai visto in quel ragazzo?»

«Chi te l’ha detto?» il tono del capitano era inquisitorio.

«Rebor» rispose il timoniere senza esitazione né timore.

«Dovrò assicurarmi il suo silenzio la prossima volta…» disse tra il faceto e il serio

«Dai, Uthu, l’ha detto a me! Non pensi che dovessi saperlo?»

«Sta bene» convenne Uthuro «Ma il ragazzo verrà venduto come previsto. E non solo per il profitto. Se lo consegnassi alle autorità spezzerei il suo destino.»

«Che destino?» chiese Latam inquieto

«E già male che lo sappia io»

Detto questo il capitano si alzò e uscì dalla cabina diretto alla banchina. Mentre usciva si rivolse al timoniere: «Ho da fare in città ci vediamo un’ora prima dell’alba» e senza aspettare replica se ne andò, lasciando l’amico da solo a rimuginare sulla discussione appena conclusa.

Nella stiva era impossibile percepire lo scorrere del tempo, scandito solo dai pasti. Una volta al giorno tre uomini riempivano le scodelle di una zuppa ridotta a pappa di cereali. Siccome erano merce di valore ogni due giorni veniva servita della frutta per evitare lo scorbuto che avrebbe degenerato il valore del lotto di schiavi.

Ogni schiavo possedeva due ciotole e un bicchiere di legno grezzo: una ciotola e il bicchiere per il cibo e acqua, la seconda ciotola per i bisogni corporali. Chi veniva a versare la zuppa era incaricato anche dell’ingrato compito di versare i liquami in un secchio che poi veniva svuotato in mare. Le condizioni igieniche erano precarie ma erano mantenute minimamente accettabili, per evitare malattie e dunque perdite di denaro. Il medico di bordo, sulla cui professionalità Kirrian dubitava profondamente, visitava la stiva ogni quattro gio

rni. Per tutta la durata del viaggio non si era ancora malato nessuno, un costo che il capitano, immaginava Kirrian, non intendeva permettersi.

Al pensiero dell’alto nero, Kirrian rabbrividiva e ripensava al giorno del mercato e poi al giorno dell’asta e alla voce che gli era riecheggiata nella mente. Pensava anche alla strana visione che gli era scorsa subito dopo e passava intere giornate a rimuginarci, per capire cosa potesse significare. In ogni caso non aveva altro da fare per non cadere nella disperazione.

3.

Uthuro, rassicuratosi, sull’avanzamento delle operazioni di carico e scarico, scese dalla passerella e si incamminò lungo il molo, verso la città di Akara. Oltre i moli e i grandi magazzini si estendeva una colorata e prospera città di cui il commercio era l’anima.

Il mercato permanente occupava l’intera lunghezza della strada maestra. Su di essa si affacciavano anche le ricche case dei mercanti. Akara era del tutto priva delle contorte casupole della Città Vecchia di Nirot. Per la più ricca città dell’Impero, così lontana dal continente, la povertà era solo un ricordo.

Nel punto più largo della città, dove le colline avevano permesso una maggiore espansione urbana, la strana maestra si allargava in una sontuosa pizza su cui si affacciava il palazzo del vicerè.

Uthuro attraversò il mercato vociante e affollato, fino a raggiungere il bianco palazzo, bello ma non sfarzoso, semplicemente intonacato di bianco e del tutto privo di decorazioni. La stirpe dei vicerè di Akara, al contrario delle altre, non credeva che lo sfarzo rappresentasse necessariamente il potere. A differenza degli altri vicerè, erano in ottimi rapporti con mercati e commercianti e li ricevevano spesso di buon grado.

Fahl, sesto nel nome, conosceva Uthuro da una decina di anni. Ogni volta che il nero attraccava ad Akara era sua abitudine fare visita al signore dell’isola. Non appena il servitore lo annunciò a Fahl, il vicerè autorizzò immediatamente Uthuro ad entrare nello studio.

Era una stanza di medie dimensioni, affrescata con figure di tema marino su intonaco bianco. Le finestre erano coperte da tende di tessuto leggero e dai colori marini, che lasciavano penetrare gran parte della luce, ma facendole assumere una tonalità piacevole e rilassante. I mobili erano semplici. Akara risentiva pesantemente dello stile saydrano. Il vicerè era seduto alla scrivania attendendo il suo ospite.

«Ah, Uthuro! Poco tempo dall’ultima visita! Gli affari a Nirot sono stati di breve durata? »

«Ma spero redditizi, vicerè»

«Siediti ti prego. Posso offrirti del Tabacco di Saydraan? O del liquore gongodariano magari?» offrì affabilmente il vicerè.

«Niente, grazie” rifiutò gentilmente.

Il vicerè invece si versò un abbondante bicchiere di liquore e accese la pipa. Diede una lunga boccata prima di riprendere il discorso. Il profumo di tabacco si espanse nella stanza.

«Vicerè, sarò onesto, potrei avere dei grossi guai al mio ritorno a Nirot»

Il vicerè si oscurò in volto con aria interrogativa. «Per Kranuth!» l’esclamazione era tipicamente anhoveriana, ma a Uthuro era ben noto che Fahl non fosse affatto un seguace del Dio Unico «Che cosa hai combinato, Uthuro?»

«Ho ucciso uno sporco truffatore, un mercante di Nirot in un accesso di rabbia» rispose con tono furioso.

«Uhm… e non ti hanno cercato fintanto che eri là?» replicò il vicerè senza scomporsi ma anzi ragionando freddamente

«No, vicerè»

«Credo che nessuno ne abbia sentito la mancanza, allora» concluse sorseggiando il liquore «Comunque per evitare problemi, facciamo così: spiegami la tua versione dei fatti e invierò una lettera al vicerè di Nirot. Non penso che sotto la mia raccomandazione dubiterà della tua buona fede! Tranquillo Uthuro, penso proprio che per quando tornerai a Nirot, le accuse, se ce ne sono, saranno già cadute in prescrizione. Inoltre credo che al tuo ritorno saranno in pochi a ricordarsi dell’accaduto, mi pare che sia fatti piuttosto ordinari là. Non temere, invierò la mia lettera con il prossimo postale per Nirot. Al tuo ritorno avrò già ricevuto risposta da tempo! »

«Grazie, vicerè» disse con gratitudine

«Ricordati sempre che sono in debito con te…non avrei conosciuto mia moglie se tu non fossi intervenuto quel giorno…»

Quando un’ora dopo Uthuro uscì dal palazzo del vicerè, si ritrovò a pensare alla frase di riconoscenza di Fahl. Gli sembravano passati ben più di una decade dal giorno in cui aveva salvato una ragazza da un gruppo di sgherri del Gongodar, di passaggio ad Akara. L’aveva fatto senza pensarci e altrettanto aveva portato la ragazza al posto di polizia denunciando gli aggressori. Per lui la questione sembrò finire lì. Non aveva previsto che l’allora giovane vicerè, saputo dell’aggressione, evento raro per Akara, si sarebbe recato a trovare la ragazza e se ne sarebbe innamorato.

Quando Uthuro ritornò ad Akara al suo viaggio successivo, fu cercato dai gendarmi della città. Aveva pensato ad un arresto, non essendo precisamente rispettoso della legge, invece era stato portato al palazzo del vicerè per la prima volta. Ricevuto da Fahl, fu sorpreso di vedere al suo fianco la giovane che aveva salvato. Da quel giorno il vicerè gli era stato eternamente riconoscente e teneva particolarmente che Uthuro gli facesse visita ogni volta che attraccava ad Akara. Si intrattenevano per un’oretta ogni volta e se Uthuro aveva un problema di qualche tipo, spesso di lieve entità, Fahl si impegnava a risolverlo, senza pretendere nulla in cambio. A modo loro erano amici, anche se con modalità del tutto particolari.

Era ormai superata l’ora di pranzo, quella prevista per la licenza dell’equipaggio. Tuttavia il pensiero lo sfiorò appena. Doveva ancora fare qualcosa in città.

Si destreggiò tra il reticolo di strade ortogonali di Akara fino a ritrovarsi di fronte ad una casa intonacata di blu e dalla porta verniciata di rosso. Bussò delicatamente e attese finché sentì dall’interno una voce che urlava «un attimo! »

Aprì la porta una donna. La pelle era ambrata, tipicamente saydrana, i capelli castani rischiarati dal sole e gli occhi verdi come il mare. Era vestita con un abito leggero e trasparente che teneva scoperte generose porzioni di corpo, comprese le lunghe gambe affusolate e il solco del prosperoso, ma sodo, seno.

Un’espressione di gioiosa sorpresa si stampò sul volto della donna: «Uthuro!»

«Salve, Jada” disse lentamente, prima di entrare in casa chiudendosi la porta alle spalle.

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