…Quando l’uomo ebbe esplorato tutte le terre, volse lo sguardo al cielo, trovandolo meno infido dei mari. Il primo passo fu conquistare il suolo lunare, poi per parecchi decenni, compiuta la grande impresa fece un passo indietro e si limitò a orbitare attorno alla natia Terra e inviare altrove mere sonde automatiche. All’inizio del ventunesimo secolo della vecchia datazione nessuno avrebbe pensato che sarebbe nata una nuova competitività tra le allora nazioni divise della Terra e che in un secondo momento sarebbero subentrate pulsioni economiche per la conquista dello spazio…
Dall’Introduzione di Storia dell’Era Spaziale di Andrew McCollough, X edizione, 410 e.s.
L’astronave sta solcando spazi vuoti e infiniti. Ci vorranno mesi affinché giunga a destinazione, lontano dalla mia casa, lontano da tutto. Mi hanno costretto a lasciare tutto ciò che avevo e per che cosa? La promessa di una nuova terra che sarà rigogliosa forse tra millenni? Per cui dovrò lavorare duramente per tutta la vita senza vedere che un minimo risultato? Ma la scelta è stata mia, in libero arbitrio. Scegli: o l’ergastolo o diventi forzatamente un colono.
Carriera tutta in discesa la mia: da importante dirigente della maggiore società di nanotecnologia della Terra, mi ero ritrovato responsabile di un grave incidente. Le nanomacchine erano impazzite e prima di poter isolare il fenomeno erano morte trecento persone dei laboratori della Nano Labs. Ovviamente non avevo alcuna responsabilità diretta sull’accaduto, ma un capro espiatorio lo si deve pur trovare… E io ero la persona più sacrificabile.
La legislazione terrestre d’altronde prevedeva due possibilità nel mio caso specifico: ergastolo oppure lavori forzati da “libero” colono. Lontano tra le stelle, nuove comunità stavano sorgendo. Un settore in completa espansione, ma che richiedeva ambienti abitabili per chi si trasferiva dalla sovraffollata Terra. Ambienti che andavano pur costruiti da qualcuno… e quale occasione migliore se non utilizzare dei condannati a vita che non avevano nulla da perdere, la cui alternativa era passare il resto della vita in una cella di un metro per un metro?
La tentazione di scappare, lo ammetto, è sovente passata nei miei pensieri. Ma come avrei dovuto fare? Ora sono qui, a migliaia di anni luce da casa.
L’astronave più lenta della luce apparirebbe immobile ad un osservatore esterno. Immobile e silenziosa negli spazi siderali senza suono. Eppure la sua velocità è incredibile, quasi inconcepibile.
Sono qui e sento il ticchettio dei macchinari lì in fondo, oltre il corridoio, oltre la paratia, nel ventre della nave. Se qualcosa succedesse, non sono sicuro che i tecnici si risveglierebbero in tempo per evitare il disastro. Questo fa parte ovviamente dei rischi. Se la nave cadesse in una tempesta magnetica, chissà dove ci ritroveremmo sbalzati. I piloti sarebbero svegliati troppo tardi per fare qualcosa…
E poi c’è qualcosa che non va: perché riesco a pensare? Perché sto formulando questo torrente di pensieri? Cosa mi avevano assicurato prima della partenza? Niente sogni, niente pensieri, niente consapevolezza. Solo un lungo stacco. Parvenza di un istante e ti ritrovi al limite opposto della galassia. Eppure per me non è così. Sento il tempo scorrere, mentre il mio corpo immobile giace in questa capsula. Non sento il freddo, non ho alcuna sensazione fisica. Eppure mi muovo per i corridoi oscuri della nave, non senza un senso di disagio, di atavico, inspiegabile terrore. Perché sento la solitudine addosso, solo l’unico abitatore della nave dove il tempo sembra sospeso, dove la vita non c’è. Vedo i vetri appannati delle altre capsule, il sonno tranquillo degli altri passeggeri. E’ un vivere inquietante, attimo dopo attimo, staccato dal proprio corpo, vagante nelle viscere di questo manufatto contorto, non progettato per essere abitato. Niente salotti eleganti o spartani, niente ampi spazi comuni: pochi ponti, una cabina di pilotaggio, una sala motori, una stiva e il lungo corridoio che ospita la lunga fila di celle criogeniche.
Dovrei dormire e sono sveglio. Sì in me c’è consapevolezza, pensieri. Ora capisco… nel buio della strumentazione i display delle funzioni vitali restano sempre accesi. E quello della mia capsula, inesorabile, svela la verità. Basterebbe vedere oltre l’oblò della capsula per capire… il corpo ormai irriconoscibile. Certo la nave non permette spreco di energia, sarebbe stupido alimentare la funzione criogenica del mio loculo.
A che servirebbe conservare un corpo morto?
Oggi li becco tutti belli!
Sono riuscita a visualizzare perfettamente, in immagini molto nitide, ciò che racconti. O è merito della tua prosa particolarmente incisiva, o ho associato al tuo racconto immagini sepolte nella mia testa, rimasugli di film o libri.
Sostengo nuovamente che la fantascienza sia il tuo campo: non so se perchè hai letto molto il genere o perchè ci è portata la tua mente, ma ti esprimi in modo incredibilemtne chiaro come se quello che scrivessi fosse inevitabile, causa-conseguenza perfettamente incastrate.
Ho qualche dubbio sulla conclusione, troppo semplicistica e velocizzata, avrebbe meritato altro.
Altro appunto, personalissimo, che mi sento di fare è l’incertezza che esprimi solo con delle domande, forse avresti potuto usare altri stratagemmi per rendere l’idea.