…La questione della data sorse in un periodo di grande fermento. Fino a quel momento essendo prevalsa la cosidetta cultura occidentale la maggior parte del mondo aveva adottato un calendario sostanzialmente religioso, poi laicizzato, per misurare gli anni. Nonostante questo ogni popolo e ogni religione negli ambienti non internazionali continuava a utilizzare i calendari propri. […] Qualcuno propose semplicemente di introdurre il concetto di “era volgare” da usarsi al posto di “dopo Cristo” […] si giunse infine a stabilire una data di inizio univoca che potesse soddisfare tutti. Essendo ormai l’uomo proiettato nello spazio da decenni, si introdusse il concetto di Era Spaziale. Il problema era collocare l’anno primo di questa nuova datazione. Sorsero dibattiti, alcuni volevano partire dal primo satellite in orbita, altri dal primo uomo nello spazio o dal primo su Marte. Infine la comunità internazionale di allora identificò l’anno primo dell’Era Spaziale con l’anno 1969 dell’Era Volgare, l’anno in cui l’uomo conquistò la Luna…
Dall’Appendice A di Storia dell’Era Spaziale, Andrew McCollough, X edizione, 410 e.s.
La navetta era poco distante. L’impatto tremendo con la dura superficie aveva quasi polverizzato le lamiere, che ora contorte, giacevano in un groviglio grottesco. La strumentazione era in sostanza annientata ed era certo di essere stato testimone di un miracolo: era ancora vivo. Contuso, ferito, forse con una mano fratturata e con una sicura commozione cerebrale, dovuta allo scontro con il resistente vetro della cabina, che si era frantumato letteralmente al suo violento passaggio. Era stato catapultato a qualche metro di distanza. Non sapeva per quanto tempo era giaciuto in stato confusionale, sotto quel sole offuscato da un cielo quasi nero.
Sì, era sicuro d’essere protagonista di un miracolo: non solo era ancora vivo, benché in uno stato pessimo di salute, ma era anche naufragato su un pianeta vivibile, con aria respirabile anche se pesante, sicuramente con una percentuale leggermente maggiore d’anidride carbonica rispetto alla comune aria.
Lo stato di semicoscienza durò parecchio, anche se non sapeva dire effettivamente quanto. Sicuramente ore, forse un giorno o due. I suoi problemi erano appena cominciati. Come se il guasto della strumentazione, mentre era ancora nello spazio, la turbolenta discesa e il devastante impatto non fossero stati ancora sufficienti. Era sperduto su mondo alieno, senza viveri, ferito gravemente e senza medicazione, su una superficie che per quanto aveva visto fino a quel momento, era completamente deserta. Nessun segno di vita, neanche di tipo vegetale. Solo un panorama inquietante, una pianura sconfinata e lontano forme storte che sembravano uscire da un incubo.
Si alzò faticosamente, senza poter far pressione sulla mano destra, che ora si rendeva conto essere non semplicemente contusa o lussata, ma sicuramente fratturata. Invero la situazione era disperata. L’uniformità del paesaggio, la debole luce, il suo stato di generale malessere uniti ai deboli movimenti che stava compiendo, gli fecero girare la testa in modo violento. Dovette fare ricorso a tutta la sua forza di volontà per impedirlo. Ricadere nel torpore gli sarebbe stato sicuramente fatale. Doveva costringersi ad esplorare, cercare qualcosa o qualcuno che gli permettesse di curarsi, ma soprattutto di sostentarsi. La prima cosa da fare era trovare una fonte d’acqua pulita per bere e pulire le ferite che altrimenti sarebbero presto imputridite. In quel momento non poté far altro che sorridere al pensiero: erano così pochi i pianeti non esplorati che testimoniavano la presenza d’acqua. S’incamminò su quella superficie liscia, che sembrava un’infinita distesa di roccia fusa e vetrificata. Gli unici punti di riferimento restavano quelle montagne ritorte, che empiricamente poteva porre a circa una ventina di chilometri. Questo significava ore di cammino, ma non poteva far altro che sperare che arrivato su quelle emergenze potesse fare il punto della situazione e forse trovare ciò che cercava.
Per lunghe ore si trascinò in quel deserto di polvere grigia e nera e man mano che si avvicinava ai monti essi assumevano una forma che sempre meno poteva associarsi a delle forme naturali. Quando giunse al ciglio di una scarpata si avvicinò freneticamente al bordo.
Ai suoi piedi si estendeva a perdita d’occhio una città aliena, dagli edifici alti e dalle forme contorte, neri come la notte. Non poteva trovarla oggettivamente affascinante, anzi provocava in lui una sensazione di profonda angoscia. La sensazione non poté che aumentare quando, una volta trascinatosi a valle, constatò che la metropoli nera appariva fatiscente e in rovina, completamente deserta e abbandonata.
Una sensazione di disperazione delirante lo prese e non faceva che aumentare mentre si trascinava stancamente nelle strade grandiose e vuote. Alzava ogni tanto lo sguardo ai palazzi dell’incubo, vedendo soltanto segni di decadenza. Le finestre erano prive di vetri, se mai le avessero mai avute, ma nella sua testa non poteva che pensare che i vetri si fossero ridotti in polvere. Esplorando la città crebbe in lui la sensazione che quel luogo non vedesse la vita da migliaia di anni. Solo una formidabile tecnologia, con la quale era stata costruita, poteva aver permesso a quell’oscura testimonianza del passato di poter sopravvivere alle ere.
Quando giunse in una piazza di proporzioni che a lui apparivano sbagliate ed enormi, riconobbe nel monumento al centro quella che era sicuramente una fontana.
Come l’assetato nel deserto si avvicina freneticamente al miraggio credendolo un’oasi, egli incominciò a correre zoppicando verso la fontana nera, il cui bordo era alto due metri. Quali esseri dovevano aver progettato oggetti di quelle proporzioni! Con fatica si sollevò oltre il bordo, ma non fece che cadere rovinosamente dentro la vasca della fontana. Nessun tonfo nell’acqua. Era vuota. Quale stupidità pensare che dopo migliaia di anni il sistema idraulico potesse essere ancora attivo, quando era evidente che quella metropoli non era stata costruita nel deserto che aveva attraversato, ma quasi sicuramente in una terra rigogliosa che ora non era più.
Nel suo cuore la rassegnazione prese il posto della disperazione, si girò supino e attese la morte.
Passarono ore o forse un giorno e poi il cielo fu squarciato da una luce accecante e un rombo assordante. Una navetta di salvataggio! Erano venuti a prenderlo! Questo pensiero lo accompagnò, mentre scivolava di nuovo nel torpore.
Rapporto del medico di bordo
Stazione medica Epsilon Eridani
Giorno 354, 410 e.s.
Il paziente è stato ritrovato alla deriva nello spazio in orbita intorno a JT-49a, pianeta inesplorato e non adattabile alla vita umana. Dal rapporto della squadra di recupero emerge che la navetta era gravemente danneggiata, causa ancora da accertare, e che il guasto ai sistemi vitali fosse ingente tanto da compromettere una corretta funzionalità dell’organismo.
Il paziente quindi si è trovato nel giro di qualche minuto in stato d’anossia cerebrale. Questo ha comportato sicuramente uno stato allucinatorio. Purtroppo la squadra d’intervento, pur intervenendo tempestivamente, salvando la vita del pilota, non ha potuto evitare danni cerebrali irreparabili.
Si consiglia pertanto il ricovero in una struttura appropriata che…