Piccolo porto onirico

C’è odore di muffa nella camera. Non quella che puzza di vecchio. Quella umida che ha un odore morbido, quasi aromatico.

Cosa ci faccio qui? Avevamo affittato questa stanza una volta. Mi ricordo il letto di legno bianco verniciato e la luce che filtrava dalle persiane attraverso la tendina azzurra di cotone trasparente.

Il mare era a due passi, appena girato oltre il carruggio. Era un pomeriggio di mezza estate pieno di sole e rinfrescato da una dolce brezza, i bambini vociavano spensierati nei vicoli sotto la finestra. Si udivano persino i rumori del porto, dei motori delle barche, dello sciabordio delle onde contro il molo, delle campane delle boe. Dalla finestra filtrava quell’aria carica di timo e origano, unita al salmastro era un profumo fresco e inebriante.

E’ tutto come allora. Tu dormi dolcemente, nuda sotto le lenzuola fresche di cotone bianco, dopo aver fatto l’amore. Io osservo dalle fessure della persiana quel porto piccolo e familiare, che sembra venuto da un passato perduto.

Ma è sbagliato, non posso essere qui, tutto questo appartiene al passato.

«Perché non lo prendi come un sogno?» mi dici. All’improvviso ci troviamo seduti alla taverna al piano terra, piccola e con pochi tavoli di legno e sedie impagliate. E’ un arredo che ha visto estati migliori. Non abbiamo mai pranzato qui, è una promessa noi stessi che non abbiamo mai mantenuto.

Provo a guardarti, ma la tua figura è sfocata e non riesco a definirla in alcun modo.

«Massì, un sogno…» dico più a me stesso che a te. Un motorino passa a pochi metri dal nostro tavolo, sembra tutto così reale.

Non posso resistere, devo porti la domanda che mi rode dentro: «Perché?»

Ridi. Non la risata isterica alla quale mi ero rassegnato, ma quella argentina e sincera di una volta.

«Non posso risponderti, sono solo un sogno, non sono veramente lei…»

Intuisco la verità di quelle parole e non posso che replicare con un monosillabo: «Già…»

Il suo tono di voce si fa dolce, fraterno: «Stai vivendo nel passato, devi lasciare andare questi ricordi e guardare al futuro. Lascia che svaniscano»

«Perché dovrei? Eravamo felici qui. E’ un bel ricordo. E’ assurdo cancellare tanta felicità per i momenti infelici che sono seguiti. E poi mi voglio ricordare di questo mare, di questo piccolo rifugio di sole.» Questa volta è la proiezione che deve ammettere «Già…»

Mi viene in mente un’idea. «Senti, visto che qui non abbiamo mai pranzato, che ne dici di rimediare? Ordiniamo qualcosa!»

«Ma è solo un sogno!» obietta la proiezione.

Faccio un cenno al padrone che si avvicina con due menù in mano, pronto a prendere le nostre ordinazioni. «Ho tanta voglia di trofie al pesto» le dico sorridendo.

3 risposte a Piccolo porto onirico

  1. SoleLuna scrive:

    E’ dolce, è malinconico. Ed è decisamente originale.
    Insomma, è un racconto bello.
    Per me, però, andrebbero ampliate un po’ le descrizioni dei personaggi, soprattutto di lei: come sono i suoi occhi? Qual’è la sfumatura della sua pelle? Che profumo emanano i suoi capelli?
    Se è un sogno, lui dovrebbe essere in grado di rievocare questi particolari, no?

    Comunque: complimenti.
    Sai evocare belle immagini! Grande talento.

    Baci

  2. SoleLuna scrive:

    E’ anche vero però che tu definisci la figura sfocata. Umm, allora non so. Forse da allungare ancora un po’!

    Va bè, domani andrò a leggere gli altri (racconti)^^

  3. Dafne scrive:

    Carino, l’accettazione finale seguita da serenità è abbastanza inedita. Sai, solitamente si tende alla malinconia o alla disperazione, ‘sto tipo invece se mette a magnà! anche se illusoriamente.
    Hai delle belle idee, forse dovresti fermarti di più sui moti di coscienza ma riesci comunque ad ovviare pescando tra l’ambiente, elementi che si prestano ad analogie sentimentali.

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