Notte di mare

I flutti si infrangono, con cadenza quasi metronomica, sugli scogli bianchi che, alla luce della luna, brillano di una luce particolare. In questa notte lunare e salmastra seggo, assiso come su uno scranno, su uno dei frangiflutti, lasciandomi accarezzare della brezza fredda che intirizzisce la pelle. Il riflesso argenteo del butterato satellite illumina una lunga striscia di mare, riducendosi fino all’orizzonte. Mi stringo della giacca a vento in cerca di un calore che non è possibile trovare, neanche nel mio cuore. L’inverno sta arrivando.

Non posso che pensare a te. Eravamo insieme di fronte a questo mare, nell’aria l’odore delle frasche bruciate, la vigilia di ogni santi. Seduti sulla panchina di pietra, di fronte al mare silenzioso, ad osservare il sole che si disperdeva nell’acqua in scintille di fuoco e oro. Vicini, riscaldati dal calore reciproco, mangiavamo lentamente le nostre frittelle, acquistate in quella pasticceria così calda, quanto freddo era fuori, piena di marron glacè. Per caso avevamo visto una coppia di ragazzi, così giovani. Io avevo detto: “Aria di crisi…” e tu mi avevi corretto “no, si stanno lasciando”. Lo sapevi già che sarebbe successo anche a noi?

Stesso mare, un’altra notte. Ti aspettavo a letto, tu eri occupata a battere i tasti di quella macchina infernale. Io non avevo resistito al sonno, nonostante che avessi tentato di aspettarti, leggendo uno dei tuoi libri, come ero solito fare. Nell’oscurità ti sentii infilarti tra le lenzuola. Non so perché, proprio in quel momento, nel cuore della notte, pronunciasti quelle parole: “Devo tornare a casa”. Avevo sospettato, è vero, ma dovevo credere che fosse uno scherzo del mio intelletto, pura paranoia. Ma quella notte mi lasciasti, prima di andare a dormire…

Un altro cielo, un’altra notte. Eravamo in montagna. Dalla finestra i monti pallidi riflettevano la luce della luna e noi eravamo abbracciati nel letto nudi, come ti piaceva allora, sotto una pila di coperte e piumoni. Tu dormivi ed eri così serena nella tua espressione, come nel tuo nome. Io mi ero svegliato appena e nel tempo del sogno, tipico di quando ci si sveglia, ma si vuole ancora dormire. Ti osservavo e ad ogni tuo respiro, l’amore che provavo per te non faceva altro che aumentare, aumentare… Ti accarezzai il volto a lungo quella notte, tu assumesti l’aria di una bambina che dorme tranquilla.

Un altro mare, una sera. Ormai mi avevi lasciato da qualche ora. Ero andato in esilio, tornato dai miei genitori, ospitato da mia nonna e stavo sulla terrazza del sesto piano, al buio. Il Grande Carro si stagliava nel cielo, davanti a me, mentre il faro sul colle rischiarava ad intermittenza l’oscurità. Il cuore sentiva un maledetto vuoto, ma non riuscivo ad odiarti. Sapevo che non avrei mai potuto odiarti, ma che non potevo neanche più amarti. Perché tu non volevi. E io sono uscito dalla tua vita, come non hai saputo chiedermi in faccia, ma mi hai fatto capire.

Sono di nuovo qui, sullo scoglio. Ho percorso la nostra storia in un singolo istante, ho rivisto la gioia e il dolore. E’ il momento. Sfilo l’anello di oro bianco dal mio anulare sinistro e lo poggio sul palmo della stessa mano. Lo guardo. Lo soppeso. Con la mano destra lo prendo, lo stringo nel pugno. Lo lancio nei flutti. Non posso vederlo, ma immagino la sua corsa, giù nel profondo del mare. Sia esso, testimone del nostro amore, la sua tomba.

Una risposta a Notte di mare

  1. Dafne scrive:

    Mi è piaciuto.
    Ricorda un po lo stile intermittente e simbolico di Baricco. Ma soprattutto mi è piaciuta la metafora latente tra i momenti della storia d’amore ricordati e il mare, quasi Serena fosse l’incarnazione di questo, libera e indomabile, vita e morte, sua (del narratore) ma di tutti.
    Bella anche l’intermittenza di stile che associa bene l’idea di serenità, nostalgia e , in associazione alle parole che descrivono queste emozioni.
    Il tutto sempre in perfetta sintonia con il mare, sfondo simbolo (pare) della vita interiore del protagonista….non so se tutto ciò era voluto ma c’è ed molto bello, letterariamente interessantissimo.
    Ci sono alcuni errori però o comunque alcune pecche sintattiche che non mi suonano:

    “Vicini, riscaldati dal calore reciproco, mangiavamo lentamente le nostre frittelle, acquistate in quella pasticceria così calda, quanto freddo era fuori,piena di marron glacè”
    E’ un pezzo un po pesante e non si capisce bene quando parli di freddo e marron glacè (in questo caso usi il singolare mentre prima avevi usato, per “le frittelle” il plurale).

    “…nonostante che avessi tentato di aspettarti…” Non so se si usa ma è brutto forse meglio togliere quel “che”.

    Proabaile però, si tratti solo di sviste e refusi.

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