Al primo binario c’è un treno in transito. Non fa sosta qui, continua il suo viaggio verso la prossima stazione, quasi testardamente senza guardarsi indietro. Ormai il sole è disceso sotto la linea delle case e il vespro sfuma nell’azzurro cupo della sera. Sto appannando il vetro con il mio fiato, seduto a questo tavolino, nel bar della stazione. Al bancone Mario sta servendo gli altri clienti. Sono persone sempre di passaggio, che osservi per il tempo di un caffé prima che spariscano dalla tua vista senza ritornare. Questo senso di strana malinconia che mi pervade, quando sono in stazione, mi spinse un giorno a sedermi al tavolino di questo bar. Prima non l’avevo mai frequentato. D’altronde non ho mai viaggiato molto. Entrai in questo scatolone prefabbricato, addossato alla parte della stazione, di metallo e vetro. Può non sembrare un granché, ma è il posto più accogliente che ci possa essere, almeno per me.
In fondo trovo la mia attività di “voyeur des voyaguers”, come mi schernisce Mario, innocente da un lato ed estremamente intrigante dall’altro. Conduco con me stesso questo gioco: quando vedo una persona interessante mi fisso su di essa, la osservo, come beve il caffé, se ride o sorride, se accenna a parlare o beve in tutta fretta e se ne va. Anche il gesto di pagare, come porgono i soldi a Mario, dice molto sulle persone che studio. Ma la mia non è una mania, il tutto finisce nel giro di qualche istante, quando varcano la porta per prendere il treno.
No, in verità vado al bar della stazione perché ho imparato ad apprezzare i pomeriggi trascorsi a guardare i treni che passano. Può sembrare stupido, ma è incredibilmente rilassante.
Volgo lo sguardo verso la mia tazza fumante di tè. Il fumo denso sale e volteggia in spire prima di disperdersi. Sorseggio la bevanda ambrata e ne assaporo l’aroma. Prima non servivano tè, ne ho introdotto io l’uso, esasperando il barista finché non l’ho convinto che sarei diventato un cliente fisso, che era bene assecondare.
Mi volto di nuovo verso i binari. L’ansia sta crescendo in me. Oggi non sono qui solo per guardare i treni, per sorseggiare tè e ridere con Mario. Lui lo sa, penso di averlo stonato a forza di parlargliene. Mi vede pensieroso e inquieto volgere troppo spesso lo sguardo ai treni e interrompe il filo delle mie elucubrazioni: «Vedrai che è solo un po’ di ritardo…»
Si è avvicinato a me, al tavolo, allontanandosi un attimo dal bancone lasciando che Chiara si occupi dei clienti. E’ in piedi accanto a me, lo vedo riflesso nel vetro, con la sua aria sorniona. Mi volto verso di lui: «Non stanno annunciando ritardi, però…»
Lui scoppia in una scrosciante risata: «Ma dai! Quando mai le ferrovie annunciano i ritardi! Non stare lì tutto avvilito, vedrai che o arriva tra poco o annunciano il ritardo.»
Con una lungimiranza propria di un grande indovino, pochi istanti dopo l’altoparlante annuncia i canonici dieci minuti di ritardo. Subito Mario mi da un buffetto alla spalla con la faccia di chi ti dice “visto?” senza tuttavia spiccicare parola.
Eppure dieci minuti mi paiono un’attesa infernale, un’eternità in confronto alle due ore già passate qui al tavolo. Davvero non me la sentivo di passarle a casa o a spasso.
Inevitabilmente nella mia testa si crea quel film angosciante e paranoico tipico delle persone che non sanno cosa aspettarsi dalle situazioni. Penso.
“Verrà, è su quel treno ed è colpa di quelle stupide ferrovie e dei loro ritardi…” Rabbia.
“No, dev’essere successo qualcosa, oddio magari è successo qualcosa di grave” Mal di stomaco.
“Stai calmo, maledizione stai calmo! E’ solo il cellulare scarico, che vuoi che sia successo?” Razionalità.
“E se l’avesse staccato? Forse non viene e l’ha spento apposta per non farsi trovare…” Paranoia.
Poi eccolo. L’annuncio. Sta arrivando. Il cuore incomincia a battere a mille giri. Dal bancone Mario e Chiara si voltano verso di me sorridenti. Dove trovarli due amici così pazienti e comprensivi. Mi giro verso la porta del bar e tengo lo sguardo fisso su di essa, in fremente attesa. Con la coda dell’occhio vedo il treno arrivare al binario quattro. “Binario quattro. Deve prendere il sottopasso, ancora qualche istante, ancora qualche istante…” Il ritmo del battito si fa insostenibile, una galoppata sfrenata di cavalli selvaggi. La porta si apre… No, non è ancora chi aspetto… Sudore freddo. Il cliente appena entrato si dirige al bancone e chiede un caffé. Vengo distratto dallo scambio di battute. La porta si apre di nuovo. Mi volgo di scatto. E’ il momento. Ho un groppo in gola. Si dirige verso di me, lentamente, valigia in mano. Mi alzo sulle gambe malferme e incespico un attimo sull’angolo del tavolo.
Siamo uno di fronte all’altra. Mi guarda negli occhi, mentre io mi perdo nel suo sguardo blu come il mare.
«Ciao amore!» mi dice lei, prima di gettarsi al mio collo.